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Recensioni - In libreria
di FILIPPO LA PORTA
PREMI letterari come risultato di patteggiamenti (e perlopiù assegnati a scuderie editoriali), romanzieri che scrivono sempre peggio cedendo al gusto dell’esibizione, letteratura ridotta a strumento di potere, scrittori che si recensiscono a vicenda perché consulenti delle stesse case editrici… La descrizione che negli anni ’60 fa Juan Rodolfo Wilcock del mondo letterario risulta tagliente e accurata (ora in Il reato di scrivere, Adelphi). Certo, ha ragione Edoardo Camurri nella postfazione: ogni accusa è autobiografica. Dunque occorrerebbe un minimo di prudenza nel denunciare la corruzione letteraria partecipando comunque ai piccoli e grandi privilegi di quel mondo, ai rimborsi-spesa e ai gettoni di presenza. Diversamente però quando la nostra satira (e denuncia) nasce non da acrimonia ma da una superiore sprezzatura, ovvero da uno stato d’animo allegro, creativo, brioso. Ed è il caso dello scrittore argentino, sodale di Borges e trapiantato nel 1957 in Italia (dove morì nel ’78), di cui si ripropongono in questo libretto apologhi surreali, minisaggi in forma di favole, e gustosi divertissement. Ad esempio sulle analogie tra romanzieri e scimpanzé: entrambi stanno sempre sul punto di dire qualcosa e così mantengono sveglio l’interesse…
Quale il rimedio? Un “lembo di principio morale” si trova nell’uso corretto del linguaggio, giustificabile almeno dal punto di vista della conservazione dell’energia mentale. Obbedienza alle leggi della grammatica e soprattutto della logica. Ed è qui che affiora la diffidenza di Wilcock verso i letterati, i quali tendono, quasi per ragioni professionali, alla menzogna. Al contrario degli studiosi della natura, dei geometri e dei matematici. Poi fa due esempi (siamo negli anni ’60). Un tale dice che l’invasione della Cecoslovacchia è solo un mutamento al vertice e un altro che il western all’italiana rappresenta l’arma migliore contro il capitalismo. La nostra classe intellettuale gli appare così: eticamente irresponsabile e incline a trattare la realtà esterna “con inconseguenza e incongruenza”. Vi sembra un ritratto ancora attuale?

Gli scrittori? Come scimpanzè - Il Messaggero 2/2/2010

di FILIPPO LA PORTA

 

PREMI letterari come risultato di patteggiamenti (e perlopiù assegnati a scuderie editoriali), romanzieri che scrivono sempre peggio cedendo al gusto dell’esibizione, letteratura ridotta a strumento di potere, scrittori che si recensiscono a vicenda perché consulenti delle stesse case editrici… La descrizione che negli anni ’60 fa Juan Rodolfo Wilcock del mondo letterario risulta tagliente e accurata (ora in Il reato di scrivere, Adelphi). Certo, ha ragione Edoardo Camurri nella postfazione: ogni accusa è autobiografica. Dunque occorrerebbe un minimo di prudenza nel denunciare la corruzione letteraria partecipando comunque ai piccoli e grandi privilegi di quel mondo, ai rimborsi-spesa e ai gettoni di presenza. Diversamente però quando la nostra satira (e denuncia) nasce non da acrimonia ma da una superiore sprezzatura, ovvero da uno stato d’animo allegro, creativo, brioso. Ed è il caso dello scrittore argentino, sodale di Borges e trapiantato nel 1957 in Italia (dove morì nel ’78), di cui si ripropongono in questo libretto apologhi surreali, minisaggi in forma di favole, e gustosi divertissement. Ad esempio sulle analogie tra romanzieri e scimpanzé: entrambi stanno sempre sul punto di dire qualcosa e così mantengono sveglio l’interesse…Quale il rimedio? Un “lembo di principio morale” si trova nell’uso corretto del linguaggio, giustificabile almeno dal punto di vista della conservazione dell’energia mentale. Obbedienza alle leggi della grammatica e soprattutto della logica. Ed è qui che affiora la diffidenza di Wilcock verso i letterati, i quali tendono, quasi per ragioni professionali, alla menzogna. Al contrario degli studiosi della natura, dei geometri e dei matematici. Poi fa due esempi (siamo negli anni ’60). Un tale dice che l’invasione della Cecoslovacchia è solo un mutamento al vertice e un altro che il western all’italiana rappresenta l’arma migliore contro il capitalismo. La nostra classe intellettuale gli appare così: eticamente irresponsabile e incline a trattare la realtà esterna “con inconseguenza e incongruenza”. Vi sembra un ritratto ancora attuale?

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