Racconti La notte di Aix
La notte di Aix Stampa E-mail
Racconti - Da "Parsifal"
Nonostante fosse argentino Guido Falcone viveva a Parigi, modestamente, insegnando in un’accademia due lingue: una antica e una moderna. In realtà si era allontanato da Buenos Aires per sfuggire la prospettiva di una esistenza monotona, dal momento che la presenza costante dei suoi amici e familiari non gli permetteva di essere indipendente come avrebbe voluto, ma questa prospettiva lo aveva seguìto, sia pure con un certo ritardo, di là dell’oceano, e di tanto in tanto lo costringeva a prendere decisioni disagevoli, delle quali poi non sempre si pentiva.  Per esempio, trascorrere la fine settimana altrove. Male che andasse, questi spostamenti servivano al suo ritorno a fargli apprezzare più chiaramente i vantaggi di restarsene a casa, soprattutto d’inverno.

Così partì un Sabato per Aix-en-Provence. Durante il viaggio ebbe il piacere di sconcertare la ragazza seduta accanto a lui, dapprima coprendole le gambe col suo elegante cappotto vecchio di cammello, con la scusa del freddo, quindi toccandole leggermente la coscia sotto il cappotto. La giovane donna, in eccellente stato ma egoista, scostò l’indumento senza dire nulla e poco dopo scese dal treno, in una di quelle stazioni che nessuno tranne i direttamente interessati conosce o ricorda. Uscendo dallo scompartimento guardò con curiosità il pretendente frustrato e si permise un gesto quasi impercettibile di disprezzo. "Perché mi disprezza?" si domandò Falcone "perché non mi sono gettato su di lei con un grido selvaggio di guerra per possederla disperatamente sul sedile, aprendo le sue gambe come un soldato invasore con guanti di pelle rozza e allo stesso tempo strappandole con i denti la punta dei seni che almeno in quel momento di libertinaggio avrebbero assunto la forma e la posizione che meglio possono eccitarmi? Gli altri passeggeri non me l’avrebbero permesso".

Tuttavia, per uno straniero di ambizioni modeste che ancora non possiede perfettamente i costumi del paese, l’avventura si poteva considerare soddisfacente; ma il resto del viaggio, tra uomini che fumavano e leggevano settimanali e di tanto in tanto si alzavano per guardare dai finestrini del corridoio quel che credevano un paesaggio e in realtà altro non era per ciascuno di loro che un’immagine diversa e quasi terrificante di una condanna permanente per quanto apparisse provvisoria, si fece troppo lungo e a poco a poco spense il bagliore festivo del contatto sotto il cappotto.

Il treno giunse a Aix al tramonto. Senza fretta e senza fatica, Falcone cercò una pensione modesta per la notte e la trovò sul viale ovale che circonda la città vecchia. Accettò la camera che gli offrirono, lasciò la valigetta sul marmo del comò e uscì a mangiare. Per strada ricordò un suo sogno recente: un bambino gli mostrava un paesaggio di case piatte sulla sponda opposta di un fiume giallo come il Plata, e gli diceva: "Non sa come era bello tutto questo nel 1810". La scena irreale cominciava ormai a aggiungersi alla collezione di scene reali che ancora conservava del suo paese lontano, scene che gli piaceva evocare come chi rilegge un libro di poesie.

Dopo mangiato percorse le vie della città e si trattenne un momento, senza spettatori, davanti alla casa di Cézanne. In un cinema del Cours Mirabeau davano un vecchio film argentino e un documentario sugli animali selvaggi dell’Africa. Entrò: alla luce giallastra di un deserto con giraffe che si spostavano senza destinazione precisa sopra lo schermo, avrebbe voluto trovare tra le lunghe file di poltrone vuote una di quelle donne sole che aspettano il viaggiatore senza famiglia tendendo una mano fredda e vanamente curata verso i suoi pantaloni tiepidi nella penombra, più per desiderio di compagnia che per altro. Ma non la trovò. Le bestie dell’Africa erano più o meno sempre le stesse. A un tratto, dopo un intervallo durante il quale la direzione del cinema non aveva osato accendere tutte le luci perché si vergognava di far vedere la sala così vuota, comparvero sullo schermo rettangolare le stolide facce argentine che da bambino gli erano state familiari, parlando in francese in un Quartiere Nord popolato da pizzicagnoli a riposo e di prostitute in attività. Frammenti della Diagonale, un ingresso della metropolitana, una strada di "paradisi"; perfino il vero riusciva falso, come in un quadro accademico. Quando uscì, il maestrale persisteva, ammucchiando in isole irregolari il detrito giallo dei platani.

Trovò la pensione chiusa e al buio; peraltro tutte le case del quartiere erano già chiuse e buie, in silenzio. Il silenzio dei campi non è mai completo quanto quello di una città, dal cui comprensorio l’uomo ha provvisoriamente allontanato la vita che non dorme di notte. Dietro le facciate uniformi si indovinava tuttavia nella tenebra interna, come il vago tremolio di un telone raffigurante un edificio, il respiro delle larve calde e palpitanti, grasse e morbide, di tanti esseri distribuiti parallelamente oppure perpendicolarmente nei loro letti a altezze diverse, su un secondo piano, su un terzo piano. Falcone suonò il campanello a lungo; alla fine capì che la padrona l’aveva staccato prima di andare a letto. Batté sull’uscio, chiamò, ma con voce cauta, perché un poco lo spaventava l’idea di disturbare quella folla invisibile tra coperte; neppure avrebbe gridato di notte in un cimitero, neanche sapendo che uno dei sepolti doveva accorrere al suo richiamo. Era più di mezzanotte quando rinunciò, senza rancore perché a dire il vero non aveva mai ignorato quanto fosse difficile penetrare nella dimora degli uomini.

Aix svernava risolutamente sotto le costellazioni incomprensibili dell’emisfero nord; soltanto le statue, figure di morte e di oblio, osavano offrire al passante i loro simboli quotidiani: un rotolo di carte, uno scettro, un vassoio con della frutta immangiabile. Il solo albergo che Falcone trovò aperto, sul Cours Mirabeau, era pieno; qui gli suggerirono un altro albergo, vicino alla stazione, il quale era ancora più pieno del primo, difatti secondo il portiere conteneva un’intera squadra di calcio. Rimaneva il "Roi René", ma era troppo caro per Falcone; più precisamente, i suoi prezzi non corrispondevano a nessuna realtà nota, come capita spesso con gli alberghi frequentati da persone famose: dopo aver pagato per una stanza il prezzo di una bicicletta o di un vestito estivo sembra illogico rinunciare a questi oggetti per andare a dormire. Guido Falcone capì che avrebbe dovuto passare la notte all’aperto.

Il centro di Aix, forse perché la città non è stata abbastanza bombardata, è privo di terreni vuoti e di giardini. Falcone si mise a sedere su una panchina in una specie di piazzale dirimpetto al Casinò che era il solo fabbricato con la luce accesa, se si fa eccezione di un lume rosso di forma cubica appeso sulla porta del commissariato attiguo. Quel luogo era troppo aperto e il maestrale ci scorreva dentro come un fiume scuro nel quale gli alberi navigassero contro corrente. Dopo un quarto d’ora il forestiero se ne andò tra lunghe inferriate per la strada di Marsiglia; giunto però al cimitero tornò indietro, ricordando che quando fa freddo non conviene allontanarsi troppo dal centro di una città perché è sempre più caldo dei dintorni. Passò per una stradina di terra; tra le case basse, scorse il vuoto di un terreno abbandonato.

Il terreno era chiuso da un muro di mattoni nudi, con un buco poligonale quasi circolare come quelli che sono soliti aprirsi nei muri di cinta degli appezzamenti vuoti, progressivi allargamenti di un foro iniziato dai bambini che mettono il dito dappertutto e completato dagli adulti che vagheggiano quei luoghi dove l’uomo trova gratis la generosità e i vantaggi che la natura vergine spande in terre lontane, scarsamente abitate, inaccessibili per il cittadino medio: lì ci è concesso di buttare senza discriminazione gli oggetti rotti o ripudiati di ferro e coccio, lì ci si offre il brivido soddisfacente di nasconderci a scopo impudico, soli o accompagnati. Guido Falcone si arrampicò sui mattoni ed entrò.

La vegetazione interna era relativamente abbondante; oltre a una specie di edera addossata al muro, c’erano alberelli, cespugli e un albero perenne, ma la terra era in gran parte coperta di calcinacci, resti di vecchi fabbricati. Falcone si preparò con foglie e ramoscelli un cuscino sotto l’albero; scostò i sassi più fastidiosi, che gli pungevano la schiena attraverso i vestiti; dai cespugli strappò un certo numero di rami per coprirsi quella parte delle gambe che il cappotto lasciava scoperta. Infine accese una sigaretta e si coricò. Dapprima provò la calma, poi la scomodità.

Non poteva dormire di faccia al cielo, e su un piano inferiore della sua coscienza si ripeteva ciclicamente una frase musicale volgare e stancante. Passavano ignorandolo gatti intenti alle loro intermittenti faccende notturne, i loro interessi incomprensibili per l’uomo; i topi frusciavano nell’edera, il silenzio sembrava popolato di ragni. Falcone immaginò che il suo nemico, un despota piccolo vestito come Napoleone nella campagna di Russia con un cappotto lungo dai risvolti larghi, lo ricercava per tutte le strade non già di Aix ma di Poitiers, seguito da una pattuglia ubbidiente, lagnandosi del freddo.

Si sentiva galleggiare sotto il firmamento, sentiva la rotazione silenziosa della terra; attraversava veloce il vasto cono d’ombra, incontenibilmente, girando nella notte stellare verso la penombra marginale. Il vento si era calmato e faceva sempre più freddo; le foglie lustre che riflettevano la luce di un lampione lontano sembravano adesso di vetro, l’aria di aghi.

Come il turista che scorgendo dalle feritoie della scala a elica di una torre gli archi rampanti intorno comincia a farsi un’idea ascendente e teatrale della cattedrale o castello che visita, così constatava Falcone sempre più nitidamente la singolarità della notte. Nel suo innocente, modesto terreno vuoto di Aix, dove i secoli passati e quelli futuri sembravano sovrapporsi aboliti dalla futilità dei loro eventi importanti sotto il tetto in quel momento gelato dell’Europa e nel silenzio senza abbaiare di cani, un americano si rannicchiava tra tessuti di lana di pecora come i primi abitanti della Francia, che forse erano negri, e nonostante una preparazione letteraria di molti anni o magari proprio per quella, riusciva a percepire l’intensità della purezza notturna che avrebbe potuto esaltare qualunque istante della veglia dell’uomo magdaleniano, mentre esiliato dalla spelonca familiare perché ha infranto un rito magico erra per la valle del Rodano, non ancora interamente liberata dai ghiacci, dormendo sotto gli alberi come Falcone, aspettando l’attacco di un’altra famiglia o il salto letale della tigre preistorica.

Allo stesso tempo, isolato dal freddo quasi poliedrico in un ambito così inviolabile di aria congelata che per quanto non bastasse a fargli credere di essere l’unico uomo al mondo, non gli vietava tuttavia la possibilità di considerarsi l’ultimo sopravvissuto di una campagna a cui tutti gli altri avessero rinunciato, sentiva come un simbolo in più della notte l’assenza completa di qualsiasi desiderio di esprimere la sua solitudine vertiginosa, di incarnarla in uno schema comunicativo qualunque che non fosse un titolo senza altro destinatario che il gusto dell’evocazione, per esempio "La notte che ho dormito in un terreno vuoto di Aix", o più semplicemente "La notte di Aix". E quella sua sicurezza che nessuno in avvenire avrebbe capito la sua esperienza, non se ne sarebbe nemmeno interessato, costituiva la migliore conferma dell’essenza stessa dell’esperienza, che era la solitudine.

Come quei problemi dalla soluzione leggermente tediosa che ci si pone per aiutare la coscienza a sciogliersi nelle acque che scorrono per le grotte sotterranee del sonno, Falcone si domandava fin dove si sarebbe dovuta prolungare la solitudine per arrivare a abolire l’arte. Non soltanto sotto quel cielo adesso nuvolo bastava una notte per ripercorrere indietro una civiltà e tornare all’origine, al riparo dell’albero e al cuscino vegetale. Ma questi pensieri di carattere metafisico impreciso, alla maniera tedesca, che a volte gli si presentavano quando chiudeva gli occhi, erano conseguenza del sonno o ne erano la causa? Nell’addormentarsi si scioglievano le contraddizioni; uno apriva una porta e precipitava nel tempo infinito, così velocemente che fin dal primo istante perdeva di vista l’altezza dalla quale era caduto. Solo un santo, pensava Falcone quasi addormentato, è interamente spirituale; solo un santo è interamente materiale…

A poco a poco un bagliore nebbioso che annunciava la comparsa della luna rese discernibile una specie di avvallamento dall’altra parte del terreno, in fondo al quale passavano dei binari morti, invisibili però dall’angolo pietroso dove Falcone si addormentava e si svegliava a intervalli come quei soldati che dormono in treno eppure si svegliano a ogni fermata o perlomeno aprono un occhio velato perché istintivamente non credono all’immutabilità delle distanze né alla benevolenza delle forze occulte che reggono il percorso e la velocità del treno.

Sognava che bombardavano Buenos Aires. Era una rivoluzione contro il dittatore, che nel sogno si chiamava Coniglio, e la popolazione dava gran segni di entusiasmo. Falcone passeggiava da solo tra folle atterrite benché felici; due o tre bombe cadevano nei pressi, ma lui presto imparava a eluderne l’effetto. Bisognava guardare verso l’alto per vederle arrivare; quando una bomba si avvicinava, doveva gettarsi a terra a quattro zampe e aggrapparsi ai crepacci del pavimento screpolato per meglio resistere la scossa dell’impatto. Attimi dopo una specie di vento lo trascinava via a gran velocità, allontanandolo radialmente dal centro dell’esplosione; il solo pericolo di questo spostamento vertiginoso era la possibilità di scontrarsi con qualche oggetto. Dappertutto si alzavano bagliori rossi come fiamme.

Alle tre e mezza cominciò a nevicare; della luna persisteva soltanto il candore diffuso nel cielo. La neve non si scioglieva quando toccava la terra; sotto l’albero arrivava appena qualche fiocco isolato, finché un ramo non si piegò sotto il peso del suo nuovo ornamento e lo rovesciò su Falcone. Questi si alzò, guardò con ammirazione quella sostanza che gli sembrava la più pura della terra, generosamente sparsa sugli elementi fino a quel momento più o meno confusi del suo piccolo paesaggio e adesso chiaramente delimitati nei loro morbidi contorni bianchi, e uscì dal terreno vuoto, come era entrato, con il sangue esaltato dalla felicità della neve.

Si mise di nuovo a camminare per la città immobile con lo stesso criterio con cui passeggia un cane a Pompei, cioè senza alcun legame con l’architettura del luogo e il suo significato storico, se non sotto il suo aspetto di ostacoli di pietra che lo costringono, non meno del più consapevole archeologo, etnologo o poeta, a ubbidire al disegno immemorabile delle vie fino a quel giorno scavate. E anche nel suo caso, a parte l’apprezzamento visivo ridotto dalla neve e dal sonno, il che tutto sommato equivaleva alla fame indefinita che prova il cane mentre passeggia, lo guidava l’intenzione quasi istintiva di trovare un rifugio meno esposto al freddo onnipresente. Arrivò infine a un piazzale con pochi alberi, attiguo a un monastero, dove un padiglione aperto o pergola, probabilmente destinata in altri tempi a fornire l’ambito circolare che la musique militaire richiede nei suoi momenti meno ambulatori, gli offriva i ruderi del suo tetto conico. Qualche minuto dopo, a venti metri neanche dalla pergola, dietro un muro abbastanza alto da non lasciare entrare le tentazioni, cominciarono a cantare i monaci o chi altro fosse che in quel monastero viveva prigioniero per essere più libero, come in un carcere alla rovescia; cantavano melodie che una volta saranno state allegre e che adesso grazie all’astuto sistema di prolungare esageratamente i tempi sembravano malinconiche e persino strazianti. Cantavano alle quattro del mattino come insonni rancorosi, ma la neve lasciava passare appena la loro voce.

Falcone si era seduto per terra, con le gambe stese e le spalle appoggiate a una colonna di ferro, tanto scomodo che non gli riusciva né di pensare né di dormire. Intorno continuava a nevicare senza vento nel buio; nevicava come nel tenero racconto di Joyce, sulla polvere gialla dei platani, sulla ghiaia del piazzale e sull’aula di pietra dove i dervisci evasionisti salmodiavano le loro semplici frasi pensando alla colazione ristoratrice, sui nidi abbandonati e sulle latrine pubbliche, sulla strada di Avignone e sulla strada di Marsiglia.

Come quando uno ascolta una splendida sinfonia interminabile di qualche musicista tedesco della fine ottocento, con le sue ripetizioni e i suoi attimi di vera distrazione e perfino di vuoto mentale, redenti da squarci sublimi di un’estasi di altre sfere, Falcone cominciava, intirizzito e incosciente quasi presso la sua colonna di ferro, a annoiarsi della durata e della scomodità della notte, per quanto la stanchezza e il freddo gli impedissero, nei suoi momenti di maggior chiarezza percettiva, di ubbidire all’impulso di alzarsi e continuare a camminare per la pallida città crepuscolare, visitandola con quella specie di affetto che era in lui conseguenza naturale di un’intimità non condivisa con altri, l’affetto che può sentire per il suo pollaio una gallina solitaria. Tuttavia, quando alla fine cominciò a farsi giorno, con quella lentezza nonostante tutto promettente di un mattino di inverno, Falcone emerse dalla pergola e riprese a girare per le strade che dall’ocra della luce elettrica passavano adesso al grigio giallastro dell’alba tra macchie bianche, perdendo la loro austerità notturna di telone poetico da tragedia per tornare alla loro condizione di file di case sottomesse all’uomo. Tanto sottomesse infatti le rendeva l’aurora lattiginosa, che Falcone a un tratto si imbatté nel primo caffè aperto. Ci entrò, come chi ritorna da un’alta montagna disabitata e lontana o da un deserto di sabbia; come se avesse trovato il primo caffè aperto dopo il diluvio o un’esplosione atomica; come se quelle cinque persone, la padrona scarmigliata e il barista che non si era spogliato ancora della sua maschera tersa di contadino dormente e i tre clienti mattinieri che ancora si salutavano con gocce di neve fusa sulle scarpe, fossero stati attori rapidamente radunati mediante telegrammi per offrirgli, in nome delle gentili autorità comunali che tuttavia desideravano mantenere l’incognito, una degna accoglienza in occasione del suo ritorno trionfale alla civiltà.

Rinforzato dal caffè e dal brusio banale e noto della conversazione umana, il giovane nottambulo decise di considerare chiusa la sua prova di iniziazione non interamente involontaria, la sua esercitazione di distacco dal ritmo sociale, prima giornata di un processo di inversione che con l’aiuto della sorte avrebbe potuto fare di lui un vero viaggiatore sulla terra; e quindi di tornare alla pensione, come uno che si avvia risolutamente verso il suo Santo Graal sorretto dalla sicurezza della propria castità. Su una panchina verde del viale aspettò seduto, davanti alla porta. Piovigginava, sciogliendo adagio la neve sui rami chiari dei platani.

Alle sette e mezza si aprì la finestra dell’ultimo piano; Falcone si avvicinò, chiamò; con le braccia aperte quasi in croce si espose agli ingiusti rimproveri e alla meraviglia tinta di odio di entrambi i proprietari affacciati; infine ottenne che la donna scendesse e gli aprisse pure il portone. Nella stanza inviolata senza quadri alle pareti, l’aria era tiepida; sul marmo del comò lo aspettava la sua valigia, inconsapevole della lenta eleganza cromatica con cui sicuramente era andata mutando colore durante la notte, man mano che entravano attraverso le fenditure delle persiane i riflessi successivi della luce elettrica, della luna, della neve e dell’alba grigia.

E come un’ultima metamorfosi del colore della finta pelle, mentre Falcone si toglieva i calzini umidi e si asciugava i piedi con l’asciugamano, cadde a un tratto sulla valigia ancora immobile la prima fascia di sole nebbioso, che finalmente attraversava la pioggia leggerissima passando senza deformarsi tra il tetto di una fabbrica e una insegna che diceva "Du Bo, Du Bon, du Bonnet". Il viaggiatore chiuse meglio le persiane, si mise a letto e si addormentò subito, con la notte racchiusa nella memoria.

 

 

J. Rodolfo Wilcock
Parsifal, Adelphi 1974

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