Gassman legge Wilcock

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Comunque sia, questo mondo è per te
Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile. 
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Un anti-romanzo caotico sull’Italia

DI GIANCARLO MANCINI

Da "Il riformista" del 26 febbraio 2011


Tra i tanti scrittori che hanno soggiornato per un certo periodo in Italia, Juan Rodolfo Wilcock è stato probabilmente uno dei pochi a volersi cimentare simultaneamente con la lingua, la storia, i nervi nascosti di un paese che osservava da una distanza siderale, ben più cospiscua di quella che lo separava dalla natia Argentina. Tra i risultati più funambolici e spassosi dell’ardimentoso cimento wilcockiano vi è “I due allegri indiani”, appena ristampato da Adelphi dopo la prima edizione del ’73. Un anti-romanzo privo di qualsivoglia tipo di intreccio, pieno di trovate spesso al limite del non-sense, del demenziale, a cui si affiancano luminosi affondi nella nostra identità culturale. Nelle quattro paginette dedicate alla letteratura post-risorgimentale, inaugurata da Carducci, si individuano caratteri già inequivocabilmente nostrani tipo «il comune senso del pudore, la cupidigia verbosa, il gusto del travestimento». Chiude la carrellata il vacuo rincorrere una bellezza di cartapesta di D’Annunzio, abile a mestare «con la sua pompa verbale quelgusto tutto indiano per l’eleganza della miseria».Gli indiani sono di fatto gli italiani, tribù sovrabbondante di vizi, altezzosa e dal risentimento appuntito dal tempo trascorso, volontariamente, in una cervellotica riserva esistenziale. Il riferimento ippico innerva la sostanza de “I due allegri indiani”, perché il libro stesso è composto dai trenta numeri di una fantomatica rivista chiamata Il Maneggio, redatta da un autore unico dai molti nomi. Rivista però è da intendersi anche come omaggio a quel grande genere dello spettacolo, di tonalità sostanzialmente comica e dalla struttura cangiante, multipla. Ecco allora un grande piede dagli evidenti rimandi surrealisti apparire d’improvviso qua e là, lettere di lettori stravaganti, quiz letterari, perfino un concorso per scegliere lo snodo preferito tra i dodici disponibili e far procedere un intreccio narrativo sempre più insensato se osservato e giudicato secondo i criteri usuali della scrittura narrativa. Ogni passo gode del crisma dell’imprevedibilità, figlia di una mente labirintica e inafferrabile. Nelle prime pagine, dovendo presentarsi, l’autore, per gonfiare a dismisura il curriculum e pavoneggiarsi con l’editore, si vanta di aver prodotto «l’ira di Dio di pezzi di fantasia, foglietti di viaggio e cronaca nera persino su un giornale dell’enigmatico Nord, a pagamento, tutto quanto con il mio noto pseudonimo di “Fanalino di Coda”, più spesso F. di Coda per collaborazioni di alta qualità».Ed è proprio dalla coda, dall’ultima fila diun’immaginaria platea che Wilcock osserva e trasfigura tutta una società, con i suoi totem e i suoitabù. C’è perfino la «drammatica confessione» resa da un killer gentile, reo di aver eliminato «indiani» in numero imprecisato, per bontà d’animo nel sonno, alcuni bruciandoli con la benzina   evidentemente problemi di portafogli trovandosi costretto a chiedere l’elemosina ai passanti per acquistare «l’indispensabile» derivato del petrolio. L’avvitamento verbale a fini umoristici è una delle chiavi portanti del libro, se la rivista si chiama Maneggio scrivere è naturalmente un lavoro da“cavalli”. La prosa di Wilcock galleggia tra il paradosso e la beffa, alla vecchia signora del calcio italiano, la Juventus, abituata come nessun’altra alla vittoria, è dedicata una lettera aperta in cui si ringrazia gli ardimentosi giocatori per essersi arresi con onore. Ogni pagina è un lapillo, zampillante da una mente protesa verso l’inconsueto, il bizzarro, il non-comune, incapace di arrestarsi anche per un attimo all’ovvio. D’altronde i tanti, pirandelliani, autori, centomila come uno come nessuno, avevano pur prescritto “I due allegri indiani” ad un lettore futuro, non per nascita ma per predisposizione all’incontro con il naturale così come si presenta: alla “rinfusa”.

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