La saggezza non è un dono degli anni
bensì una qualità aristotelica
che si ha o non si ha fin dalla nascita,
un equilibrio fra il fattibile e l’impossibile,
una conoscenza previa alla conoscenza.
Non piove dal cielo ma con noi fiorisce;
non indifferenza ma trattenuta passione,
gioiosa e melanconica accettazione
dell’umana effimera fantastichezza.
Poche cose sa il saggio, ma le ricorda:
che l’uomo è al servizio della donna,
e questa al servizio della maternità,
e gli uni e le altre muoiono, perpetuati.
Inoltre, esiste la parola,
con cui gli oggetti vengono nominati
e i concetti creati,
ciò che ci fa diversi dalle bestie,
un poco, ma non troppo.
Ma non è questa la sapienza da salvare
se ogni uomo in sé la può trovare.

L’amore che fa dolce chi aspro era
non si concede ai gregari.
L’amore che ordina le varie percezioni
non resiste alle musiche volgari.
L’amore che fa azzurri l’acqua e l’aria
non può tutto transustanziare.
L’amore che dà senso al mondo esterno
ama il silenzio, la solitudine, il mare

Tu fuso di fuoco interno,
casta rosa radioattiva,
che il transitorio in eterno
muti nella fiamma viva,
effluvio della materia
per te spirito rifatta,
e della nostra miseria
singola ricchezza astratta,
tu brace di ghiaccio emani
la tua immortalità
solo a chi ha pure le mani
dalla comune viltà.

Dobbiamo imitare i saggi della tribù,
gli anziani che impartiscono il segreto secolare;
e i saggi della folla non hanno alcun segreto
né da impartire né da occultare. Eppure:
ciascuno cerchi il suo modello,
quelli che non ne hanno sono schiavi,
come quelli che scelgono per modello uno schiavo.
L’uomo libero insegna libertà,
il veritiero insegna verità,
il nobile insegna nobiltà.

La terra è piena di figli di nessuno;
eppure là, sulle vette dei secoli
si ergono come statue i grandi antenati
che a tanti morti diedero volto e voce.

Non troverete nel baratro un padre
ma in ciò che ancora non è stato travolto,
cospicua eredità rimasta senza eredi.

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

Nascondete questo rotolo nelle grotte.

© 2023 J. Rodolfo Wilcock - Tutti i diritti sono riservati.

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