Dei tre libri finora scritti da Carlos Castaneda e pubblicati in Italia dall'editore Ubaldini quest'ultimo inti­tolato Viaggio a Ixtlan è il più importante. Voglio spie­gare ed esemplificare que­sta sua importanza. Nei suoi libri come è noto il giovane sudamericano ha raccolto gli insegnamenti di un uomo molto saggio e intelligente di nome Juan Matus, un mezzo indiano di Sonora maestro anche nell'arte di articolare il proprio pensie­ro nella propria lingua, che è lo spagnolo. Come tutte le persone di condizione mo­desta nell'America spagno­la Matus viene chiamato con il prefisso “don” che equi­vale piuttosto al “signore” nostrano nelle sue varie ver­sioni locali, e appunto per­ciò il libro porta come sot­totitolo «Le lezioni di don Juan». Epitome straordina­riamente acuta di quella Weltanschauung stoico-witt­gensteiniana che è patrimo­nio comune dell'antico in­nesto indiano-spagnolo e co­me tale perdura – non sem­pre esplicito e comunque sempre meno esplicito – dal sudovest degli Stati Uniti fino allo stretto di Magellano, Juan Matus, non senza riluttanza a quanto pare, si è preso il giovane Castane­da come discepolo e per ben dieci anni, a intervalli non regolari, gli ha fatto il dono di insegnargli a vivere. Non è detto che Castaneda abbia imparato a vivere, ma nel corso di quegli anni ha pre­so molti appunti su quanto il maestro gli andava dicen­do e di questi appunti son fatti i suoi tre libri. Il terzo è quello che conta perché soltanto alla fine l'allievo ha cominciato a capire quale fosse il vero insegnamen­to del suo maestro di vita.

Non c'era nel mondo nessuno, da molti anni ormai, che più di lui meritasse il titolo datogli da Eliot mezzo secolo fa di «miglior fabbro». Miglior fabbro del parlar materno, l'aveva chiamato Eliot, ma nemmeno nelle altre lingue c'era nulla di paragonabile; accanto a lui, poeti pressoché da favola come Kavafis apparivano secondi, in quell'Empireo che si spopola. Quegli immobili svedesi che danno come martellate a casaccio ogni anno un Premio Nobel, non si erano persi l'occasione di eluderlo; con quella seriosità da sepolti sotto un iceberg che li rende non proprio commoventi ma comunque quasi meritevoli di un'uscita o gita alla realtà del mondo almeno per Natale e Pasqua, lo stavano eludendo dal 1920. È vero che alla sclerosi per cause ambientali di lavoro si può concedere un ritardo all'informazione forse di vent'anni, e siamo già generosi, ma un ritardo di più di cinquant'anni nel premiare o, meglio detto, nel non premiare il più grande poeta dei suoi tempi, ha qualcosa di talmente non casuale che alla fine sorge il dubbio che il loro scopo non sia quello di premiare l'opera, ma gli occhiali, l'automobile o le amicizie del poeta.

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