Il despota moderno

Subdola l’ora in cui si volesse mettere in forse l’indipendenza e l’univocità gerarchica della magistratura, portando come porta una tale manovra rivoluzione alla incertezza del diritto.
 
L’incertezza del diritto sotto il despota moderno si esprime a livello quotidiano, più ancora che sotto il despota antico, nel permanente timore della delazione, dell’arrivo della polizia politica che viene a prelevare qualcuno di cui non si avranno poi per lungo tempo, o forse mai, notizie.
 
Questo, nelle sue forme più scomode; nelle sue forme più tollerabili, si esprime nella possibilità sempre incombente di perdere il diritto al posto di lavoro o di studio, l’abitazione assegnata, la vicinanza di persone care che un potere assoluto spedisce altrove.
 
Far questo è stato da sempre il privilegio della malattia e della morte, e in ciò si può paragonare l’incertezza del diritto alla malattia e la morte permanenti.
 
Può allora sembrare paradossale il fatto che, essendo tra tutti i membri di una data popolazione gli esponenti delle attività culturali i più esposti – perché non strettamente necessari alla sua sussistenza fisica – a subire l’imprevedibile punizione dell’autorità dispotica, in qualità di latori sia pure a livello infimo di quella varietà di idee che è la merce più sospetta agli occhi di un’autorità di questo tipo, siano in determinate situazioni proprio tali esponenti tra i più infervorati paladini di un avvento per loro più che per altri pericoloso.
 
Difatti resta esempio classico la Rivoluzione Francese di quanto ingegno e passione misero i capi ideologici nel forgiare le stesse leggi per cui non molto dopo avrebbero perso la testa e la vita.
 
E se non paladini, utili strumenti di manovre puerili e losche, con cui vecchi arnesi da tempo noti caldeggiano alla propria insipienza la protezione – nella pratica rivelatasi sempre quanto mai fantomatica e alle volte aleatoria – di sinistre utopie, concretamente rappresentate da attive organizzazioni poliziesche, nonché altri più giovani e meno compromessi con passati regimi, i quali per sfogare un odio personale, comprensibile o meno, cedono alle lusinghe di un altro odio peggiore.
 
La sola spiegazione che ci venga in mente di un paradosso simile, labile come tutte le spiegazioni di carattere psicologico, non si fonda tanto sulla paura, per quanto agente; non si fonda tanto sull’ambizione del potere che è in grado di elargire il moderno despota, quanto sulla possibilità che questi intellettuali siano afflitti da uno spaventoso senso di colpa, forse per via dei benefici finora ricevuti dall’ingenua comunità e il più delle volte non meritati o, come potrebbe essere il caso dei più meritevoli, creduti immeritati.
 
Al punto di desiderare con altrettanto fervore l’avvento della punizione, questa sì meritata; la punizione di non poter dire mai più quel che pensano – qualcosa ancora pensano! – di non poter più viaggiare senza un permesso della questura, di dover vivere in uno stesso alloggio con un’abbondante famiglia di estranei.
 
Di non poter immaginare più nulla di nuovo perché tutto il nuovo è punibile, avendo la società raggiunto, per decreto del despota, il suo dichiarato culmine di perfezione; di vedere, insomma, la certezza del diritto sostituita dalla certezza dell’obbligo e viceversa l’incertezza dell’obbligo rimpiazzata dall’incertezza del diritto.
 
Per il grosso della popolazione intellettualmente meno dotata l’incertezza del diritto appare invece alquanto tollerabile, non appena le si spiega che proprio i suoi obblighi sono adesso i suoi diritti, saldi e certissimi; per esempio il diritto di lavorare anche di domenica, in ossequio a qualche nuova divinità venuta a sostituire quella che precedentemente vietava il lavoro domenicale; il diritto di non scioperare, per la conservazione della pace sociale; quello di assistere alle partite di calcio, a difesa dell’onore nazionale; quello di ascoltare il telegiornale, per conoscere gli ordini del giorno. E il diritto fondamentale di non dover scegliere mai più.
 
E’ probabile che il maggiore inconveniente di un regime assolutista, totalitario o arbitrario, sia appunto l’incertezza del diritto.
 
L’uomo si può adattare a qualunque regola comunitaria non contrastante con la conservazione della specie, purché la regola gli sia nota e, quel che più conta, gli sia nota da sempre: cioè, ai fini pratici, fin dalla prima giovinezza.
 
Per fare un esempio: se la regola comunitaria impone, come già altrove impose, per motivi che nessuno si sente in grado di discutere, che nel raggiungere la pubertà uno su dieci maschi, scelti per sorteggio – o, se la regola vuole, una su ogni dieci femmine – vengano sacrificati, la cosa è comunque comunitariamente sopportabile, perché prevista.
 
Insopportabile sarebbe invece, per una comunità che non ha mai conosciuto nulla del genere, che a un tratto alcuni dei suoi membri fossero avviati al sacrificio senza norma o a capriccio.
 
Difatti nella proporzione suddetta di uno a dieci non si vede perché la comunità come tale, se sana, se ne possa sentire menomata seriamente nella sua continuativa esistenza, dati in genere gli straordinari progressi della medicina che in pratica equivalgono a un effettivo quadruplicarsi della popolazione.
 
Diverso è il caso di una comunità labile, del tipo degli indiano amazzonici, là dove la prospettiva media di vita è sui 26 anni e una qualsiasi falcidia aumenta il rischio di scomparsa della comunità.
 
Per non parlare ovviamente del caso in cui l’intera comunità viene eliminata, come fi il caso degli ebrei e degli zingari sotto Hitler, il che naturalmente non sarà mai accettato da nessuna comunità. Perché lo scopo di nessuna comunità sarà mai il suicidio, per quanto possa essere questo lo scopo ultimo dei suoi singoli pensatori.
 
I crolli di diritto organico avvenivano in passato soltanto in seguito a conquiste e invasioni; nei tempi moderni avvengono in seguito alle rivoluzioni, ormai di solito risolventisi in conquista nominale o invasione concreta di un Paese egemone.
 
Le persone cresciute e allevate in un dato diritto si trovano all’ improvviso sottoposte alle regole di un diritto diverso, per di più incerto.
 
Questo, neanche i giovinetti che nella loro ignoranza del mondo e desiderio di novità dicono, specie se così ammaestrati, di volere, veramente lo vogliono.
 
Soltanto i delinquenti lo desiderano, essendo ovvio per definizione l’antagonismo tra delinquenza e diritto.
 
Nei regimi assoluti dei tempi andati, per quanto assoluti, non si è mai dato che i diritti fossero del tutto incerti. Governare senza norme né regole sicure sarebbe stato impossibile persino per un imperatore romano (vedi la rapida fine di un Eliogabalo) e lo stesso vale ancora oggi per un qualsiasi presidente africano, costretto a rispettare un vasto insieme di leggi tribali.
 
La possibilità di governare nel quasi totale arbitrio è stata però resa possibile ai nostri giorni – ma solo per un periodo di transizione, quello che prepara o segue la conquista o invasione – dai progressi della tecnica.
 
Il despota antico, per adeguare alla propria volontà arbitraria la volontà di ciascuno degli abitanti del suo regno, avrebbe dovuto tenere in ogni abitazione un suo giannizzero o mercenario armato ventiquattro ore su ventiquattro, il che era chiaramente impraticabile.
 
Il despota moderno, o coloro che gli preparano la strada, hanno fatto mettere in ogni abitazione un apparecchio televisivo: sembra che il loro potere di distruzione e penetrazione sia così diventato pressoché infinito.

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